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Perché proprio un approccio cognitivo comportamentale?


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È facile leggere che l'approccio cognitivo comportamentale rappresenti il trattamento d'elezione per molti disturbi, che la sua efficacia è, attualmente, meglio dimostrata e, che sicuramente più di ogni altro, si è sottoposto a controlli di validazione degli esiti; ritengo che informazioni del genere, sebbene fondamentali, non accennando a ciò che lo contraddistingue poi nella pratica, non soddisfino a pieno la naturale curiosità dell'essere umano.

Muoversi tra i diversi tipi di orientamento psicologico può non essere semplice, scopo del presente è proprio essere d'aiuto a quanti pensano di chiedere una consulenza e per tutte quelle persone che, motivate a smettere di stare male, decidono di intraprendere un lavoro di cui in genere hanno solo scarse informazioni.

L'approccio cognitivo comportamentale si basa su tre caratteristiche fondamentali:

  1. un clima di collaborazione, in cui si sviluppi una relazione sicura, caratterizzata da sentimenti positivi reciproci, che funga da esperienza "correttiva" di quanto appreso e sperimentato precedentemente, e da banco di prova più efficace per tentare di abbandonare proprio quelle credenze, su di sé e sugli altri, che molto spesso fanno soffrire sin dalle primissime relazioni significative
  2. un particolare tipo di dialogo ove la maggior parte degli interventi hanno la forma di domande che permettono al paziente di dipanare i suoi pensieri e di attingere alle risorse già potenzialmente presenti nel suo repertorio cognitivo
  3. la scoperta guidata in cui l'attenzione è volta ai pensieri e convinzioni, che non permettono al paziente di raggiungere ciò che per lui è importante, e alla ricerca di modi alternativi per ottenere le stesse cose senza o con minore sofferenza

Non pensando di sapere cosa "vada bene" per i pazienti e neanche di avere una soluzione preconfezionata ai loro problemi, si crede invece che il cambiamento sia possibile, e che si raggiunga non dimenticando mai di essere vincolati con loro a un "patto per il cambiamento" basato sull'accordo sugli scopi e sui compiti reciproci, e che tale concetto costituisca l'essenza del nostro lavoro. Questa limpidezza riguardo agli scopi e alle intenzioni è anche il primo e necessario segno di una relazione sana.

Lo psicologo con orientamento cognitivo comportamentale crede di essere esperto di modelli di sofferenza ma non più esperto di "quel" paziente rispetto al proprio disagio; tale convinzione ha come prima conseguenza che entri in relazione a un livello di parità, senza farsi prendere dal ruolo di esperto diagnostico, e come seconda conseguenza, che il paziente riconosca l'opportunità di assumersi la sua parte di responsabilità rispetto alla situazione e ai cambiamenti che sarà necessario affrontare.
Da quanto detto emerge l'aspetto che ritengo fondamentale e più interessante di questo modello, la partecipazione attiva, personale e consapevole del paziente al suo cambiamento.

Affinché possa veramente essere agente di cambiamento, occorre che il paziente comprenda il senso e il motivo dei singoli obiettivi fissati. Dato che tali obiettivi derivano dalla concettualizzazione di ogni singolo caso, lo psicologo deve fare in modo che tutto ciò che egli ritiene di sapere su un determinato paziente sia conosciuto e compreso da quel paziente.
Per tale motivo, offrire la spiegazione di un disturbo e dei processi che lo mantengono risulta una parte fondamentale del percorso.

L'intervento è fatto di molte cose, capire, mettere in discussione, provare ad interrompere, cercare soluzioni mai usate, ma anche di esperienze nuove che portano una nuova consapevolezza, che fanno capire qualcosa di nuovo come quando avviene un lutto che mette in discussione l’idea che non saremmo stati capaci di affrontare e sopravvivere a un evento tanto devastante; perché ci si innamora e per la prima volta non si scappa davanti all’idea di un legame che ci toglie la possibilità di decidere da soli cosa fare della nostra vita; perché nasce un figlio e si è capaci di amarlo in un modo diverso da come si è stati amati dai propri genitori; perché in autostrada, anziché fermarsi per la paura dell’attacco di panico, si decide di andare avanti.

Molte sono le strade che conducono al cambiamento e, coerentemente con questa credenza, si usano diversi mezzi, di tipo cognitivo, emotivo e comportamentale: il dialogo, la discussione, la relazione terapeutica, i compiti a casa.


Riferimenti bibliografici:

Bordin E. S. (1979), "The Generalizability of Psychoanayitic Concept of Working Alliance", in Psicoterapia, 16
Kelly G. A. (1995), "The Psychology of Personal Construct", Norton, New York
Lalla C. (1998), "Sul dialogo socratico in Psicoterapia", in Psicoterapia, 13
Lorenzini R. Sassaroli S. (2000), "La mente prigioniera. Strategie di terapia cognitiva", Raffaello Cortina Editore
Mearns D., Thorne B. (2006), "Counseling centrato sulla persona", Edizioni Erickson
Semerari A. (2000), "Storia, teorie e tecniche della Psicoterapia cognitiva", Editori Laterza


Ambiti d'intervento

  • Stati d'ansia, attacchi di panico
  • Disturbo ossessivo-compulsivo
  • Fobie specifiche, fobia sociale, ipocondria
  • Disturbo post-traumatico da stress
  • Disturbi dell'umore-depressione
  • Disturbi del comportamento alimentare
  • Problemi di personalità
  • Problemi psicopatologici dell'età evolutiva
  • Difficoltà nelle relazioni sociali o nel lavoro
  • Difficoltà di adattamento e crisi evolutive
  • Difficoltà nella coppia o nella gestione dei figli
  • Problemi di insicurezza e di autostima

Dott.ssa Alessia Sarracini Psicologa Psicoterapeuta
Frosinone (FR)

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Iscritta all’Albo degli Psicologi del Lazio n. 14801 dal 02/04/2007
Laurea in Psicologia (indirizzo Psicologia clinica e di comunità)
P.I. 02609270604

 

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